NEL
SANGUE
“Lei si sentiva triste e sola; e per
questo mi ha uccisa” (Tokyo Babilon)
Aveva percepito distintamente
l’arrivo del tramonto, quell’attimo effimero in cui il sole cala
inesorabilmente oltre l’orlo dell’orizzonte e lascia dietro di sé un
cielo blu
dalle sfumature violette, quel momento sublime in cui tutto pare
sospeso e
perfetto, mentre le prime stelle sbirciano giù, verso la città
trafficata che
pare affogare nel mare aranciato degli ultimi raggi solari.
Era stato come una sferzata
d’energia, un godurioso formicolio rinvigorente lungo le membra
fiaccate… e i
sopore diurno era sparito. E allora aveva aperto gli occhi sul mondo,
aveva
scavalcato la sponde di legno laccato del suo particolare letto.
Si mosse a piedi nudi sul
pavimento freddo della cantina, senza tradire nemmeno un brivido. Beh,
in
realtà, erano almeno duecento anni che non avvertiva nessuna sensazione
tipicamente umana, né fisica, né emotiva.
Indugiò nella cantina buia – in cui vedeva perfettamente, per una sorta
di dote
“naturale” – a fissare il giaciglio necessario al suo riposo: una bara
foderata
di seta, con chiusura ermetica, sia mai che qualche mortale
intraprendente
tentasse di scoperchiarla!
Ma quell’ipotesi era, di per sé, altamente improbabile.
Quando ci rifletteva su, giungeva alla concluse che, per gli umani, il
suo
risveglio doveva avere un qualcosa di grandioso e poetico,
romanticamente
struggente, soprattutto se si guardava alla letteratura mondiale, zeppa
di
racconti e leggende straordinarie.
Ogni volta che leggeva uno dei libri, che si trovano comunemente sugli
scaffali
delle librerie, sorrideva indulgente. Ma come dare torto alle eccelsi
menti
umane che avevano dato vita a quegli intricati e appassionati romanzi?
Lui, in effetti, trascorreva tutto il giorno immobile, avvolto dal gelo
simile
a morte, per poi rianimarsi, risorgere a nuova vita, come un’oscura
Fenice in
un’alcova di legno e stoffa pregiata. Ciò era quasi del tutto vero, se
non
fosse stato che molte volte si fosse spostato anche di mattina – in
luoghi bui
e privi di finestre – per necessità, o per la curiosità imperante di
mescolarsi
agli esseri umani ed osservarli, imitarli. Ma in quelle occasioni, per
lo più,
era lento e torpido e nascondeva quella sorta di goffaggine dietro una
lentezza
calcolata, un’eleganza desueta da nobiluomo.
Sorrise, divertito davanti a
quelle considerazioni. Scosse lievemente il capo bruno e si avviò su
per le
scale della cantina, con calma serafica. Attraversò il corridoio
coperto di
parquet senza lasciare alcuna orma dietro di sé e raggiunse la camera
da letto
e, come prima cosa, aprì le tende pesanti e scure della porta-finestre.
I tendaggi si gonfiarono alla gentile brezza serale e lo sfiorarono,
come
volessero carezzargli la pelle liscia e pallida, senza un pelo di barba
e
nessun poro, nessuna lieve imperfezione. No, un artista immortale aveva
operato
su di lui con perizia certosina.
Gettò un’occhiata all’esterno e
venne accolto dai clacson delle automobili, dal vociare delle persone
che
passeggiavano e, soprattutto, dallo sciabordio delle onde marine. Con
uno
sforzo di volontà, s’impose di respirare e richiamò alle narici l’aria
ricolma
dell’odore di salsedine e di quello degli esseri umani, del loro sangue
– e, in
questo modo, poteva classificarli tutti, sesso ed età.
Per il momento gli bastò quella
prima, superficiale analisi.
Tornò sui suoi passi e aprì l’armadio, tirandone fuori una camicia
bianca,
stirata e profumata di pulito, e la indossò, abbottonandola lentamente.
Si
riassettò anche i pantaloni scuri, oscenamente aderenti ai fianchi
magri, alle
cosce dalla muscolatura scattante e compatta. Infilò la giacca e
inforcò un
paio di occhiali da sole dalle lenti scure e grandi, così che il viso
fosse per
metà coperto, e uscì nell’aria frizzantina della sera.
Sollevò il bavero della giacca e celò il mento, la bocca e parte del
naso, come
aveva fatto per gli occhi, di un blu troppo brillante e profondo per
essere
considerato “normale”. Cercava così di sviare l’attenzione dei mortali:
non
dovevano mai guardarlo troppo a lungo, o la classica vocina nella loro
mente li
avrebbe messi in allarme e suggerito che c’era qualcosa di
profondamente
innaturale nell’essere che stavano osservando.
Aveva un aspetto complessivamente
piacevole, certo. Non poteva disdegnare il proprio viso dall’ossatura
squisita,
dalle sopracciglia leggermente incurvate a conferire espressività al
volto
altrimenti vacuo e profondità agli occhi ardenti d’una energia
intrinseca. Aveva
i capelli scuri che tagliava ogni sera e che regolarmente ricrescevano
fino a
lambirgli le spalle, come quando era ancora un uomo mortale, ondulati,
selvatici e folti come una criniera leonina.
Quando
il semaforo scattò sul
verde, attraversò la strada assieme a un gruppetto di ragazzi,
probabilmente
stranieri, visto l’accento. Si beò di ogni contatto casuale, delle voci
musicale e delle risate; li osservò minuziosamente: carne, ossa, pelle delicata e calda e…
sangue. Erano così
belli, così fragili mentre camminavano e chiacchieravano al ritmo
segreto del
loro cuore.
Trattenne l’impulso della Sete,
strinse con forza il pugno.
“Non così, non davanti a tutti…”
Continuò a camminare costeggiando
il litorale, facendo lo slalom trai bimbi urlanti, le coppiette
abbracciate, la
fiumana intera di persone che si affacciavano a rimirare il golfo di
Napoli
punteggiato di luci.
Forse, lui era l’unico che
riusciva a distinguere nitidamente l’insenatura della baia, che
altrimenti
sarebbe apparsa ai comuni uomini solo come un’ombra frastagliata fusa
col
drappo del cielo. Più in là, scorgeva anche Capri e Ischia, gli ultimi
aliscafi
che rientravano al porto, i pescatori che sistemavano le reti sulla
banchina,
pronte per la battuta di pesca.
I suoi occhi chiari fendevano il
buio perfettamente, come una lama lacera la carne senza incontrare
ostacoli. La
sua vista non era sottoposta alle restrizioni di quella umana, perché
era evoluta
e adattata alla caccia notturna. Tutti i suoi sensi erano sensi da
predatore.
Non riusciva, comunque, a fare a meno di guardare con infinita
compassione e
tenerezza tutte quelle creature mortali, calde e deliziose, che
ignoravano la
presenza del lupo pronto a ghermirle. E lui si beava dell’aria satura
di
profumi, si faceva cullare dal battito di tanti cuori, dal frusciare
delle
sangue nelle vene…
Un tonfo.
Un bambino prese a piangere con
la sua vocetta acuta e una donna in carne gli si avvicinò per
confortarlo e rimetterlo
in piedi, amorevole.
«Maaaammaaa! Mi sono fatto
male!», il bambino versò copiosi lacrimoni e si avvinghiò alla madre.
Era solo un ginocchio sbucciato, una lieve ferita rossastra e qualche
goccia di
sangue. Solo qualche goccia.
Ma quell’odore ferroso lo fece
scattare. Si voltò a fissare la scena, socchiuse gli occhi così tanto
che le
pupille parevano due capocchie di spillo. «Rrrhh!», le sue corde vocali
vibrarono in un ringhio improvviso e istintivo, animalesco.
Aveva fame e il suo olfatto era
fin troppo stuzzicato, così tanto che quel lato brutale e ferale
nascosto nelle
pieghe dell’anima dannata bussava alle porte della coscienza. Ma lui
non
avrebbe aperto.
Oh no, quello era solo un bambino
di non più cinque o sei anni: non lo avrebbe toccato, ma doveva
andarsene da
lì.
Si fece largo tra la folla con
passi decisi, camminando a capo basso perché nessuno potesse scorgerne
il viso
indurito, contratto, con le labbra aggricciate.
«Il Verso è tutto.», ripeté più e
più volte quella singola frase, fino a farla divenire una cantilena.
«Il Verso
è tutto e può tutto.», continuò a salmodiare, nel tentativo di mettere
a cuccia
la Bestia, di distrarsi rievocando l’intera vicenda raccontata dal
d’Annunzio
in uno sei suoi più celebri romanzi, quello che era uno dei suoi
preferiti in
assoluto.
Distrarsi, sì. Imporre la propria volontà all’istinto, la ragione alla
Sete
atavica, sì! Ma era così dannatamente difficile resistere!
Doveva andare a caccia, doveva prendere una vittima al più presto o non
si
sarebbe più controllato.
Micael scivolò con la sua
andatura da predatore, innaturalmente veloce, lungo la strada,
infilandosi nei
punti dove la luce dei lampioni lasciavano l’ombra. E l’ombra era il
suo
dominio, mentre si spostava in quella giungla fatta dallo strano
connubio di
cemento e natura e si beava del vento fresco sulla pelle levigata.
Si fermò solo quando fu lontano
dalla calca e si spogliò delle occhiali e del giubbotto: voleva sentire
su di
sé il fremito della libertà, voleva muoversi a suo piacimento.
Castel dell’Ovo troneggiava
davanti ai suoi occhi.
Era un complesso che sorgeva su
un isolotto di tufo chiamato dai Greci Megaride e dimora per gli
Aragonesi e i
Borboni in tempi storici relativamente più recenti. Si trattava di una
costruzione massiccia e imponente, affacciata direttamente sul mare e
collegata
alla terraferma tramite una lingua di terra. Per anni era stata una
delle
residenze dei re di Napoli, ma oggi era adibito a sede per gli uffici
municipali.
Il castello era vuoto, buio e
silenzioso, come un gigante di pietra che si fosse guadagnato il suo
giusto
riposo. Micael ne osservava la facciata di solida pietra squadrata e il
portone
chiuso, che però non era un ostacolo per lui, come non lo era l’altezza
considerevole della costruzione. Chiuse gli occhi, ricercò la
concentrazione e
il sangue dannato si espanse e migrò in ogni fibra del suo corpo,
rivitalizzando le cellule, gonfiando persino i più piccoli capillari.
La sua
forza ingigantì, il suo potere crebbe e lui spiccò un balzo, felino e
flessuoso. Ascese e comandò al suo corpo di scalare la fredda pietra,
artigliandola con le dita e la punta dei piedi, approfittando anche del
più
insignificante appiglio. Raggiunse la terrazza e vi atterrò, accolto
dalla
risacca del mare e dal grido di qualche gabbiano solitario.
Era solo, lassù.
La solitudine a Micael non piaceva; lui amava tuffarsi nell’oceano
brulicante
dell’umanità, nelle sue passioni, nella vitalità sfrenata che ora
idealizzava in
ogni sfaccettatura. Ogni vita era così unica e preziosa per lui, come
può
esserla solo per chi si nutre di essa e contempla la morte rapirne la
scintilla
da almeno due secoli.
“Lei si sentiva triste e sola, e
per questo mi ha ucciso.”
Rievocò
vecchi ricordi, i giorni
della sua vita mortale quando era il secondogenito di un gentiluomo
napoletano
e di una splendida duchessa inglese e aveva conosciuto l’amore e la
felicità,
la passione travolgente per la musica e quella per una donna.
Il suo nome era Bianca e quel
nome pareva cucito su di lei come un vestito confezionato su misura,
perché
aveva l’aspetto puro del bianco, la perfezione perlacea della neve, un
fascino
unico. Sembrava una creatura delicata e dolce, ma i suoi occhi scuri
ardevano e
lei riusciva a rivelare un cipiglio assai deciso quando desiderava
qualcosa,
un’aria che esaltava la voluttuosità della bocca e delle guance dagli
zigomi
alti.
La sua voce era musicale e lei sapeva renderla ricca di sonorità e di
mille
sfumature diverse come nessun'altra donna riusciva a fare. La sua voce
era
velluto.
Eppure, Bianca poteva diventare
talmente inespressiva, poteva restarsene così immobile al pari di una
statua di
marmo, poteva rendere la voce talmente piatta da spaventare. La sua
stasi poteva
essere orribile, la mancanza di ogni ombra nel suo viso liscissimo
diveniva
raccapricciante, rischiava di farti urlare dal terrore e uscire di
senno.
Ma quando rideva… ah, la sua
risata cristallina! Ti riempiva l’anima, faceva tremare le vene,
mandava in
estasi l’udito. Micael aveva ancora l’impressione di sentirla risuonare
nell’aria, quella risata, e mescersi col grido accorato e straziante
dei
gabbiani.
S’incontrarono ad un ballo, ad un
ricevimento in una casa nobiliare in una piacevole e tiepida sera di
giugno, e
Bianca era vestita di seta – solo più tardi, Micael avrebbe saputo che
lei
vestiva sempre a quel modo – e passeggiava come una di quelle ninfe dei
boschi
dipinte dal Botticelli, coi capelli scuri acconciati come una corona,
ornati di
perle e fiori, e sembrava fluttuasse, talmente era leggiadra.
I loro sguardi s’incrociarono per
un infinito istante, mentre le note salivano dagli strumenti dei
musici, a
scandire il tempo di quel gioco. Per un momento, negli occhi scuri di
Bianca, Micael
vide un lampo di malizia, una di quelle malizie lascive che ricordano
tanto i
movimenti sinuosi della spire dei serpenti, e quella donna – sotto i
vestiti
eleganti e i movimenti aggraziati – ne aveva tutta la pericolosità e il
fascino.
Lei lo attirò fuori, sulla terrazza
che si affacciava sul mare, senza nemmeno parlare, con la sola forza
della sua
camminata, dei passi sensualmente ondeggianti.
C’era il profumo dei fiori misto a quello più pungente dell’acqua
salata,
c’erano le lanterne che illuminavano la notte, come petali luminosi di
fiori
appena sbocciati, c’erano mani che si sfioravano, le une gelide e
candide e le
altre calde, mascoline, avide.
Furono mani che s’intrecciarono,
furono corpi che si cercarono e si strinsero. Furono labbra che
baciarono una
bocca rosea come un petalo, mentre un braccio possente strinse una vita
sottile
in un abbraccio colmo di desiderio. Micael tremava come un ragazzino
alla sua prima
esperienza amorosa, tremava e sentiva il cuore battere impazzito, ogni
vena
gonfiarsi di sangue e dilatarsi, minuscole gocce di sudore colare lungo
la
fronte, così stregato, rapito dal profumo di quella donna di cui non
conosceva
nemmeno il nome, ma di cui vedeva quel sorriso delizioso e la mano
tesa.
Cosa nascondeva, lei?
Celava l’Abisso.
Il corpo forgiato dal Sangue, sottile come un giunco, possedeva una
forza
spropositata in confronto all’aspetto tanto delicato di cui si faceva scudo e, ben
presto, immobile
e monolitico, premette contro quello di Micael, sospingendolo contro la
parete
e togliendogli ogni via di fuga.
Furono, quindi, seriche e fredde labbra
a scorrere come ghiaccio sulla guancia imberbe di quel ragazzo che non
toccava
i venti anni, che ne lambivano il mento e poi la gola vibrante di
ansiti e
respiri corti, fino a soffermarsi insistentemente sull’arteria
pulsante, sulla
carotide ricca di sangue. Fu
la lenta e
impudica tortura della lingua sulla pelle tesa del collo, sulla vena
turgida e
bluastra, come volesse anestetizzare quel punto preciso, prepararlo,
coccolarlo, vezzeggiarlo prima del momento decisivo, un momento che
sembrava
non arrivare mai, che si dilatava a dismisura.
Micael si ritrovò a gemere, a
respirare in maniera talmente accelerata che la gola gli bruciava e i
polmoni
parevano scoppiare. Oh, stava implorando quella donna di non fermarsi,
la
pregava con ogni fibra del proprio essere di andare fino in fondo, le
trasmetteva tutta la brama di quel contatto nelle mani che le
accarezzavano le
curve voluttuose, la schiena piegata, i capelli soffici e le sussurrò
il
fatidico sì all’orecchio mentre premeva le dita contro la nuca di lei,
per
trattenerla.
Alla donna, tuttavia, non
sfuggiva il battito furioso di quel cuore giovane e tenace, assorbiva su di
sé il
calore e l’aroma di quel corpo mascolino e compatto, mugolava estasiata
alle
carezze di quelle dita audaci, lo tratteneva contro quel muro
intonacato con
forza e possessività. Con le mani sottili strappò con foga e senza cura
alcuna la camicia
di seta, scoprendo quel torso ampio
e scolpito, percorrendolo coi polpastrelli in strani ghirigori; l’altra
mano
carezzava l’eccitazione turgida della preda costretta nei pantaloni,
infiammandone ancor di più le fantasie e il desiderio.
Era pronto, ora. Era pronto per
lei, e lei lo prese.
Affondò i ferali denti nella
carotide, lacerò carne, muscoli, tutto al suo passaggio selvaggio e
preciso,
fino a che il sangue zampillò improvvisò a riempirne la bocca, assieme
al
dolore che lui provava. Svelse i denti dalla ferita, ma non si staccò
da quella
fonte preziosa, abbracciandola invece con le labbra gelide.
Fu carne e fu sangue.
Fu sangue inghiottito in avidi sorsi, corposo, ricco d’adrenalina,
ricco di
piacere.
Fu sangue e fu estasi.
La Vampira gemeva il suo impuro
piaceva, tremava quanto la sua vittima e la tratteneva con le dita
contratte
nell’affogare in quel liquido godimento, la trascinava con sé nel
vortice
lussurioso che solo quel contatto blasfemo poteva realizzare, creò per
essa la
splendida visione d’un mondo irreale e infuse tutto il suo potere
perché si sentisse
carezzata dalle piume candide di cigno, titillata dal calore di mille
fiammelle, accesa dall’orgasmo pieno e fulminante, a cui seguiva
l’oblio beato
dove tutto ha senso e tutto appare luminoso.
Micael ansimava e la stringeva con
veemenza, col capo inclinato contro il muro, la bocca schiusa in un
rantolo
soddisfatto, senza accorgersi di come il sangue lo abbandonasse, di
come il suo
organismo si indebolisse e le gambe non lo reggessero più. La vita
intera gli
sembrava contenuta in quel momento unico in cui il suo cuore galoppava
furioso
e poi rallentava improvviso, nella bocca di quella sconosciuta che
sembrava
prosciugarlo di ogni energia, come un’antica Menade in preda al
parossismo.
Prima di scivolare
nell’incoscienza e nel voluttuoso languore, gli spettò ancora una
delizia da
gustare: qualcosa di liquido e denso gli gocciolò sulle labbra e pareva
avere
un sapore poco gradevole all’inizio, fino a che la voce ammaliante
della donna
non gli solleticò l’udito: «Bevi.».
E lui dovette ubbidire,
schiudendo la bocca e ingollando quelle gocce tanto dense di fluido
alieno.
Ma era ambrosia, quella? Quel liquido, qualsiasi cosa fosse, era
talmente dolce
e caldo da invitare al pianto, talmente delizioso da provocare nuove e
intense
ondate di piacere che dall’inguine salivano fino al cervello,
devastandolo con
fitte di pura libidine.
Micael fu certo di aver sentito
un dolore immenso quando quel cibo divino gli venne sottratto, tuttavia
non
ebbe il tempo di invocarne dell’altro, perché il deliquio scese su di
lui come
un drappo di velluto nero.
Trascorse un intero anno in cui Micael
e Bianca s’incontravano ogni sera, precisamente allo scoccare dell’ora
del
tramonto, e passeggiavano, discutevano, leggevano, andavano a teatro a
vedere
l’opera, partecipavano ai ricevimenti nobiliari. E in tutto quell’anno
Micael
conobbe una felicità senza pari, l’amore più profondo e struggente che
si possa
mai provare e lo riversava tutto su quella creatura notturna che aveva
al
fianco e a cui era legato dal Sangue Oscuro.
Il Sangue operava una magia spaventosa su entrambi: quello umano
rinvigoriva e
deliziava Bianca come il più succulento dei banchetti, quello
vampiresco
dominava la volontà di Micael e lo fortificava, benché avesse gli
stessi poteri
dell’oppio nel causare una dipendenza viscerale, seppure fosse
incommensurabilmente più squisito.
Talvolta, la Sete di sangue
ingigantiva così tanto in entrambi, la voglia di dare e ricevere si
faceva così
pressante, che i due passavano notti intere nella lussuria più
sfrenata, nel
godimento più selvaggio e peccaminoso. Allora il sangue scorreva a
fiumi,
entrambi se ne servivano fino allo sfinimento e Bianca piangeva lacrime
cremisi
mentre tratteneva la gola del suo amato Ghoul contro le labbra turgide
e rese
calde dalle continue trasfusioni.
La violenza che poteva scatenarsi in quelle notti di blasfema passione
era
unica.
Erano capaci di distruggere un’intera stanza coi loro giochi sadici,
rincorrendosi come fanno due grossi felidi in caccia, lottando,
sfidandosi,
ferendosi e poi giacendo insieme nella frenesia della loro unione
impura.
Se c’era una cosa che, però, a
Micael non stava bene e lo rendeva frustrato, era il fatto che Bianca –
per
quante volte lui provasse ad accenderne la sensualità carnale in tutti
i modi –
fosse insensibile alle sue attenzioni meramente sessuali. Lei faceva
l’amore
nel sangue e col sangue e quello era l’unico piacere che ormai
conoscesse da
quanto era stata creata; tutto
quello
che orbitava nella sfera della carnalità ordinaria tra mortali non la
toccava
minimamente. Rideva di Micael e del suo avvilimento e ne faceva
strumento
perfetto per rendere le loro lotte più piccanti, il suo sangue più
speziato
dall’adrenalina della rabbia, più saporito e godurioso: sapeva essere
davvero
crudele in quei momenti.
Poi, una notte, Bianca volle
portare Micael sulla spiaggia.
Aveva scelto una serata davvero splendida, perché la luna piena
troneggiava nel
cielo punteggiato di stelle e tutto era tranquillo e il mare cullava
col suo
sciabordio delicato e continuo.
Lo fece sedere sul bordo di una vecchia barca lasciata sulla secca e
restò in
silenzio per un tempo che Micael non riuscì a quantificare, benché non
si
azzardasse a disturbarla mentre lei era immobile col viso color latte
rivolto
ai raggi della luna, assorta e rapita da quella argentea visione. Lei
stessa
svettava come un fuso di seta dai morbidi capelli ondulati e le
caviglie
sottili che sbucavano dal vestito sul paesaggio marino.
«Non ti ho mai parlato di quando
sono stata creata, vero, mio caro?», finalmente Bianca parlò e la sua
voce era
suadente quanto una carezza audace.
Micael non le rispose, intuendo che lei avrebbe preferito continuare a
parlare
senza essere interrotta. Era chiaro che la Vampira volesse svelargli
qualcosa
di molto particolare, così lui optò per attendere che lei sciogliesse
il
bandolo della matassa prima di fare un qualsiasi commento.
«No, non ti ho mai raccontato di
come aprii i miei nuovi occhi sul mondo. Vedi, quando fui trasformata
avevo appena
compiuto i sedici anni ed ero solo una giovane donna spartana che si
allenava
al combattimento quanto gli uomini e partecipava ai giochi nuda e
coperta
d’olio.», Bianca si voltò finalmente a guardare il suo Ghoul e gli
sorrise
dolcemente, come se non avesse mai ammesso di aver vissuto ai tempi
dell’antica
Sparta e di avere sulle spalle millenni di non-vita.
«Ero destinata ad andare in moglie a uno dei principi spartani,
Chirone, per
sancire l’alleanza tra le nostre due famiglie e dare loro un erede
maschio che
potesse divenire un valoroso guerriero e potesse portare Sparta alla
gloria.
La mia vita mi piaceva, perché noi
donne eravamo abbastanza libere e potevamo vantare una certa
istruzione, a
differenza di quelle ateniesi che erano confinate nelle loro case,
accanto ai
focolari. Eravamo anche noi atlete, guerriere come gli uomini, anche se
tutta
la cura che c’insegnavano ad avere per il corpo e lo spirito era
meramente
indirizzata a fare figli sani e forti. Sai, c’era l’usanza di gettare i
bambini
troppo gracili o malformati da una rupe…».
S’interruppe e scosse lievemente
il capo, accennando ad una risata fatta solo di voce prima di
riprendere a
parlare: «Ma non sono qui per farti una lezione di storia, quanto
piuttosto per
parlarti di…» e si carezzò, con le mani che scendevano a lambire i
fianchi
stretti nel corpetto, prima di riprendere: «Colui che mi ha fatta
così.».
Fissò Micael negli occhi, per essere sicura che lui la stesse
ascoltando ogni
parola: «Venne su
una nave leggera e
veloce e attraversò il mar Egeo per approdare sulle coste dell’Ellade.
E arrivò
di notte, ovviamente. Aveva i capelli scuri come l’ossidiana e gli
occhi che
parevano gaietto, la
pelle leggermente
abbronzata testimoniava la sua provenienza egizia. E dico solamente
perché gli
anni che aveva già vissuto come Bevitore di Sangue ne avevano reso
l’incarnato
originariamente scuro solo di una sfumatura dorata: il Sangue Oscuro e
la vita
notturna avevano corrotto irrimediabilmente il colorito originario
della sua carnagione.
Accade a tutti quelli che vivono per millenni, e lui era Antico.
Possedeva
tanti di quei poteri che i neonati hanno solo in embrione sviluppati al
massimo
grado e possedeva un autocontrollo straordinario, unito alla freddezza
e alla
precisione del migliore tra i predatori. Quando la Bestia si scatenava,
era
sanguinario e invincibile; ma sapeva essere il più sensuale degli
amanti e lo era
solo quando si trovava dinanzi a un umano meritevole di essere
considerato più
che un semplice pasto. Diceva sempre che con certi uomini non si tratta
solo di
cibo, ma di unione e conoscenza.
Naturalmente, io all’epoca non sapevo niente di tutto ciò e lo avrei
imparato
solo dopo e compreso anche più tardi. Sai, quando si è giovani si è
accecati
dalle novità, dal potere, ci si sente invincibili e l’ebbrezza della
caccia e
del banchetto è il fulcro delle nostre prime notti.»
Bianca seguì i movimenti inquieti
di Micael con gli occhi e sembrava una statua in cui solo lo sguardo
fosse
mobile e… vivo.
«Come… come per noi.», azzardò il
ragazzo, guardandola a lungo e insistentemente. «Ma, se devo essere
sincero,
capisco poco e nulla di ciò di cui parli.»
«Sì, come noi. Tu non sei solo
cibo. E non è necessario che tu capisca… per ora. Ti istruirò a tempo
debito.
Sarò la tua insegnante, vedrai.», la voce della Vampira era macchiata
di
malizia.
Fece un solo passo verso Micael, che non tardò a replicare: «Istruire?».
Bianca sorvolò su quel dubbio,
enigmatica, e riprese il suo racconto: «Il nome di quel Bevitore di
Sangue era
sconosciuto persino ai suoi simili, perché per gli egizi il nome doveva
rimanere segreto, in quanto racchiudeva in sé l’essenza vitale.
Comunque, lui
si faceva comunemente chiamare Meren, il Prediletto. E così lo conobbi
anche
io, quella sera in cui mi si presentò davanti.
Mi ero attardata al ginnasio ed ero sulla strada di casa, quando Meren
mi
chiamò con la sua voce sovrannaturale e mi attirò a sé. Mi rivelò di
avermi
osservata a lungo con gli occhi della sua mente, mentre combattevo e mi
allenavo, mentre studiavo, mentre danzavo e attendevo alle faccende
domestiche.
Mi confidò di aver scorto in me la scintilla necessaria a divenire
grande tra i
grandi, quel fuoco che ha le potenzialità per ardere eternamente nella
notte,
la fibra necessaria della resistenza fisica e mentale, l’acume e la
prontezza
di spirito, oltre alla scaltrezza e alla decisione.
E, senza avermi mai violata prima nel sangue, Meren fece di me sua
figlia e sua
discepola, sua compagna, forgiò il mio corpo, affinò la mia mente e
vincolò la
mia anima. Dopo di che, io non fui più solamente una semplice ragazza
spartana,
né la sposa promessa, neppure la figlia diletta, ma una cacciatrice
insaziabile
che si muoveva rapida e letale nell’ombra, sotto la guida attenta del
suo
Creatore.»
Bianca fece una pausa, come se
avesse bisogno di riprendere aria. Naturalmente, era impossibile e lei
si era
interrotta solo perché percepiva la tensione emotiva di Micael e ne
aveva
notato il cambiamento netto d’espressione mentre lui riordinava le idee.
«Bianca…», il ragazzo emise un gemito di disappunto e si prese la testa
tra le
mani. «Tu hai almeno un paio di millenni e… mio Dio! Non è possibile!»,
era
così scosso e incredulo che faticava quasi a respirare. Si era illuso
di
conoscere tanto bene Bianca, quella donna dal viso d’angelo e i denti
aguzzi,
in realtà non ne sapeva nulla. Lei aveva visto le epoche susseguirsi e
chissà
quanti altri uomini aveva avuto accanto, magari lui non era nemmeno il
più
importante.
«Sbagli, mio caro. Pochi mortali
hanno riscosso il mio interesse durante tutti i secoli che ho vissuto,
come invece
hai fatto tu. In te ho visto ciò che Meren aveva scorto in me tanti
anni fa.
Ora posso capire ciò che intendeva dirmi.», la Vampira non ci mise
molto a
spegnere ogni dubbio del suo giovane amico mortale, quasi gli avesse
letto nel
pensiero o il sangue stesso di lui le avesse parlato. E tornò ad
incalzarlo:
«Forza, fa’ le tue domande!»
«Che ne è stato di Meren?»
«L’ho incontrato per l’ultima
volta cinquanta o sessanta anni fa, in Francia.», Bianca fu concisa
stavolta e
dedicò un’occhiata severa e penetrante all’umano. «Ma non era questa la
domanda
che volevi farmi. Non è da te indugiare o procrastinare, Micael. Sei
cambiato,
forse?», lo sfidò con un sorriso sarcastico.
Micael si alzò di colpo e andò
incontro alla Vampira, fissandola senza ritegno e con una
sfacciataggine che
gli sarebbe costata uno schiaffo indignato. Finalmente, si decise a
parlare: «Voglio
sapere come sei diventata... così.»
Sul viso di Bianca passò un lampo
di crudeltà e sarcasmo, subito eclissato da una luce più morbida.
Schiuse le
labbra di rosa e gli rispose: «Mi sento sola, amor mio. L’eternità
diviene un
fardello, se non c’è nessuno con cui condividerla. Non puoi immaginare
l’angoscia e il tedio che mi sono piombati addosso fino a che non ti ho
incontrato. Tu, amor mio, hai risvegliato il mio interesse, l’ultimo
barlume
d’umanità e la massima espressione di sentimento che posso provare: con
te sto
bene e voglio farti stare bene.», e nel frattempo lei allungava la mano
e
lambiva il profilo dell’umano con una delicatezza assoluta, da artista
che pizzichi
le corde di un’arpa. «Vuoi sapere in che modo sono divenuta ciò che
vedi? Hai
già intravisto la via giusta. Vuoi essere mio compagno e alunno?
Rinunceresti
al sole e alla vita per me?»
Micael restò bloccato, fermo
impalato come una statua di sale. Sentiva il cuore battere come un
tamburo, le
tempie pulsare e il sangue rombare nelle vene. Gli girava la testa e
credette
che il mare, la spiaggia, il cielo notturno, la figura stessa di Bianca
venissero risucchiate in un caleidoscopio di colori e venissero
annullate in
un’esplosione di bianco e nero. Gli si poneva davanti una scelta e lui
doveva
trovare una risposta. Si fece risoluto e pronunciò un chiaro: «Sì.».
Bianca restò interdetta e affilò
gli occhi per scrutare nel fondo dell’anima del suo Ghoul. Indugiò in
quel
momento in cui l’altro, al contario, era tanto risoluto. Avrebbe dunque
permesso che quel ragazzo rinunciasse al suo futuro umano, a una vita
piena e
soddisfacente come gentiluomo e padre, musicista e – magari – esperto
di legge?
Ma la solitudine bruciava troppo su quel cuore algido che non batteva
più e la
possessività che provava nei confronti di quel ragazzo era unica e
troppo forte
per resisterle. Scelse la strada del vizio ancora una volta.
Lo fece: la Vampira lo prese tra
le braccia con una velocità inaudibile e calò i denti affilati su quel
collo
indifeso, sorbendo la linfa rossa in rapidi sorsi goduriosi.
Sangue venne preso e poi donato,
ardente come lingue di fuoco a devastare le spoglie mortali, a radere
al suolo
le vecchie debolezze e le imperfezioni, ad innalzare e fortificare
nella
durezza adamantina della carne vampiresca quanto di più bello v’era.
Un’anima
mortale spirò e diede l’addio al mondo umano in un ansito sofferente
solo
perché venisse nobilitata e sigillata nel suo nuovo simulacro e
affiancata
dall’atavico e sanguinario istinto della caccia e della Sete.
Venne la morte pietosa a cogliere
il tenero fiore che la vita irrigava giorno dopo giorno e fermò il
cuore,
prosciugò l’aria dai polmoni, offuscò la coscienza. Un’oscura coppa
venne innalzata
e da quella Micael bevve e in essa venne affogato, trafitto dal
piacere più
sfrenato quanto dalla sofferenza più scottante. L’ultimo amplesso gli
donò la Vita
in Morte.
E nacque nel Sangue che suggeva
ingordamente dalla gola di Bianca, venne rigurgitato dall’Inferno
perché calpestasse
il suolo verde della Terra per tutti i secoli a venire.
Quando si svegliò dal suo languore, dopo l’estasi, si trovò disteso
sulla
sabbia, col mare che giocava sul suo corpo, lambendolo con piccole onde
spumose. Scoprì che tutto era infinitamente diverso, tanto che riusciva
a
contare i granelli di sabbia con facilità, col
tatto mille volte più sensibile e l’olfatto
talmente sviluppato che riusciva a cogliere odori nuovi e particolari,
che lo
stuzzicavano in maniera sadica.
La baia di Napoli era stata la muta testimone dell’Abbraccio sensuale e
mortale
e fu il campo di caccia di un nuovo Vampiro, scaltro e veloce,
micidiale nel
portare il suo attacco.
La lussuria del primo sangue, del suo Battesimo, fu un idillio per i
nuovi
sensi di Micael e persino la riottosa Bestia nella sua mente pareva
uggiolare
beata e pacificata. Uccise e bevve e tutto il mondo si colorò di rosso
e
vorticò in una girandola d’estasi mentre stringeva la sua prima vittima
tra le
braccia.
Da
quella notte era trascorso
tanto tempo, eppure l’Eterno ricordava ancora il sapore della prima
preda,
l’ebbrezza della ricerca e quello della corsa sfrenata per porla con le
spalle
al muro. Ricordava il battito sordo di quel cuore umano e il sapore
speziato
della paura del pasto.
Ah, era stato un giovane Vampiro
ingordo e impulsivo!
Sorride di sé, sorrise nella brezza marina che gli scompigliava i
capelli,
intanto che restava immobile sulla terrazza di Castel dell’Ovo, con le
mani
nelle tasche dei pantaloni come un qualsiasi ragazzo del ventunesimo
secolo.
Dov’era Bianca ora? A lui piaceva
pensare che, quando si erano separati almeno cento anni fa, s’era
diretta in
Egitto, alla ricerca di Meren, per apprendere i vecchi segreti che
quella terra
offriva come pochi altri luoghi al mondo. Gli piaceva anche immaginare
che si
sarebbero rincontrati presto, oltre che semplicemente scriversi lunghe
lettere,
e-mail e scambiarsi cartoline come due comunissimi innamorati.
Chissà, un giorno anche lui, stanco della fremente attività umana, del
brulichio dei turisti, del passo inarrestabile della tecnologia, si
sarebbe
ritirato in un santuario di pace e silenzio e avrebbe ammirato gli
affreschi
sulle mura delle piramidi, e avrebbe dormito come un faraone in un
sarcofago
monumentale.
Ciò nonostante, Micael era
profondamente convinto che non si sarebbe stancato tanto presto, né
tanto
facilmente di quel mondo così sensualmente pieno di contraddizioni e
singolarmente affascinante. Trovava ovunque violenza, cattiveria,
egoismo, le
più infime declinazioni del sentire mortale; ma gli bastava voltarsi
dalla
parte opposta perché scorgesse l’allegria, la felicità e la nobiltà
delle
emozioni e degli intenti.
Le sculture, i dipinti, la musica, la politica, la moda… tutto ciò, per
Micael,
era intessuto in un arazzo dai colori magnifici e armonici e che non si
stancava mai di ammirare. Non si sentiva solo come era accaduto a
Bianca,
perché - a dire il vero - aveva la possibilità di stringere amicizia
con gli
uomini dalla mente più fina e vantava numerose conoscenze in ogni
ambito
culturale; nel corso della sua lunga peregrinazione per il mondo,
inoltre, aveva
creato altri due Bevitori di Sangue, due figli preziosi che ora
vagavano per
l’Italia.
Era vero: non poteva fare parte della vita, quindi la osservava in ogni
minuzia
con oculata attenzione e ne ricavava un piacere sottile. Certo, il
maggior
piacere restava sempre e solo uno…
«A proposito di piacere…», stirò le
labbra in un ghigno, un sorriso appuntito, dirigendo la propria vista
preternaturale nelle strade, a cercare la preda adatta: le giovani
donne erano
le sue preferite.
Fiutò l’aria come il più sordido dei predatori e si leccò le labbra
come il
gatto che sta per avventarsi sul topo. Dopotutto, restava pur sempre il
re
incontrastato della notte e alla Sete non si comandava.
Un effluvio di sangue scuro gli
colorò le sclere e un ruggito famelico risuono cupo nella sua gola: la
Bestia
si era risvegliata ed esigeva il suo sacrificio.
«Ho un leggero languorino.»
E si lanciò con un grosso balzo
oltre il parapetto del castello aragonese, ombra tra le ombre, calando
come un
fulmine nero nei vicoli isolati dove avrebbe trovato la sua prescelta.
Non
l’avrebbe uccisa, no, avrebbe semplicemente
e inevitabilmente condiviso con
lei l’estasi della sola cosa che gli desse energia e vigore e in cui
credesse
ciecamente: il Sangue.
_____________________
Note dell’autrice:
La storia era stata originariamente pensata per Temporal-mente indetta
da
Criticoni, solo che non sono riuscita a completarla per tempo e,
quindi, la
propongo ora alla Brigde Challange, nata dalle menti perverse di
Criticoni e
FanFic Italia. *_*
Resta il prompt tratto da Tokyo Babilon e leggibile sotto al titolo,
nonché
usato anche all’interno dello stesso racconto.
“Nel
Sangue” è
pensata per essere la prima di due storie imperniate sulla dicotomia
het/slash.
Una
menzione speciale a quella
personcina che risponde al nick di Resh e che ha letto in anteprima
questa one-shot
e mi ha suggerito il nome del protagonista maschile. Un grazie per aver
letto e
commentato con entusiasmo a te, bellina mia! *_*
Per tutti gli altri, c’è il preventivo ringraziamento per aver dato una
scorsa
al brano e, magari, aver anche lasciato un commento.
Andate in pace! XD
Melian

