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A Roma, di notte…

La camera era spaziosa, arredata con gusto. Aveva ampie vetrate come finestre sul palcoscenico di Piazza di Spagna e su cui si specchiavano le luci dei lampioni e dei fari della automobili, laggiù, in strada. Era imbevuta del buio della notte romana e i giochi di chiaroscuro dominavano le pareti e il letto che troneggiava al suo centro.
Il tocco della moquette era piacevole sotto la pianta dei piedi eternamente freddi, di un candore che richiamava l’alabastro più puro.
Innaturale.
Questo era il pensiero che attraversava come una violenta scosse elettrica chi fissava quei piedi, il loro muoversi talmente leggero che l’intera figura pareva fluttuare. Ed era imponente, la figura: un corpo solido, dalle spalle ampie, il torace disegnato di muscoli nervosi e inamovibile. Non un battito, non un respiro ad animare quel petto.
Innaturale.

Innaturale come il viso giovanile, il naso dritto, gli zigomi alti e ben modellati, e gli occhi profondi, ardenti come braci, con le sclere completamente rosse, invase da un sangue più scuro del normale.
La bocca. La bocca era poesia: una curva seducente e piena, con un sorriso che ammaliava e che ora metteva in mostra le zanne, di puro avorio bianchissimo e duro.
Un sorriso ferale nel buio, cui seguì una risata fatta solo di voce, fonda come l’abisso.
Gli occhi rossi, che sancivano il libero dominio della Bestia, erano puntati proprio sul letto, ferito da strisce di luce proveniente dall’esterno.

Roma dormiva, Roma riposava sul suo letto d’antichità e misteri. Roma abbracciava silenziosa i suoi abitanti e assisteva alla caccia e alla morte, all’estasi impura del sangue.

Sul letto, qualcosa si mosse. Il movimento del braccio, della mano e della testa non passò inosservato allo sguardo del Predatore, inebriato dall’odore ferroso del sangue versato e che saturava la stanza.
I capelli lunghi e mossi della donna, color castano scuro parevano una corona attorno al viso ebbro, così sparpagliati su quel cuscino sporco e gualcito ed impregnati da grumi rossi e viscosi. Lei pareva una madonna dall’espressione languida, con gli occhi liquidi e le labbra schiuse in un gemito, in un rantolo di piacere.
Il Vampiro tornò al letto, annusò discretamente l’aria, cacciò le labbra contro il collo della donna e leccò con estrema calma il sangue che ancora fuoriusciva dalla gola squarciata, caldo, intriso di adrenalina e ossigeno. Ebbe un fremito, e contrasse le labbra attorno a quella ferita.

Estasi dei sensi. Oblio della dannazione. Vita e conoscenza. Tutto questo era il Sangue.
Gli occhi rossi puntarono il viso della donna, ancora, ossessivi. La bocca si scostò dalla ferita.
Venne la voce cupida e fu come il languido richiamo di tentatore, profonda ed estasiata, baritonale. Cantava un richiamo suadente, un invito a cui si poteva dare una sola risposta.
«Vieni. Vieni a me. Non parlare, è inutile: stai morendo. Un gesto e il silenzio basteranno.»

La ragazza sbarrò gli occhi color nocciola, e lo fissò disperata: voleva vivere. Il suo sangue era defluito e aveva il viso pallido, segnato dalla spossatezza. Con le ultime forze che riuscì a raccogliere, strinse le dita attorno alla camicia bianca del Vampiro, al suo avambraccio.
Con quell’unico, convulso gesto, con quell’atroce silenzio riempito solo dal battere fievolissimo del suo cuore umano – un tamburo nel buio, un metronomo che scandiva una melodia unica e irripetibile -, lei pronunciò il “sì” che avrebbe segnato il suo futuro.
Per l’eternità.

NOTE
Storia partecipante all’Iniziativa Estemporanea di Criticoni: “Silenzio-Assenso”.

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