- Dimensioni del testo +
Note:
//


Note dell'Autore:
//



«È andata davvero così?»
Genzo osservò suo padre e lo scrutò con aria perplessa: il genitore socchiuse gli occhi e le labbra si inarcarono in un sorriso, ritornando a quel periodo che stava raccontando al suo unico figlio.
«Assolutamente.»
 
Lui era un businessman con un’idea in testa
Lei ballerina di jazz
Leggeva William Blake vicino a una finestra
Lui beveva caffè
 
L’aveva notata, già da un pezzo. Anche per un uomo come lui, discreto e distinto, era difficile non lasciarsi catturare da quella ragazza. Non era il fisico mozzafiato, o la lucentezza dei capelli scuri, o il suo modo di muoversi. No. Era qualcos’altro. Aveva uno sguardo magnetico che toglieva il respiro, quando posava i suoi occhi corvini e profondi su di te. E lui, che li aveva incrociati, ora non riusciva più a toglierseli dalla testa.
Stava leggendo, seduta in un angolo della caffetteria. Era così assorta nel libro, così rapita da quelle pagine, da non accorgersi di aver catalizzato l’attenzione del 90% dei maschi presenti lì dentro, attirati dall’esotica bellezza. Il restante 10% l’aveva notata ma faceva finta di nulla per non indisporre le mogli.
Era tentato, tentato di andare là a parlare con lei, ma le sue radici giapponesi gli impedivano di esporsi così, in pubblico, sebbene si trovasse negli Stati Uniti, che per cultura e tradizioni erano agli antipodi rispetto al paese del Sol Levante. Fu lei a sollevare lo sguardo, sentendosi osservata, e i loro occhi si incrociarono. Magnetici. Lei gli sorrise, non tanto perché era lui, ma perché avevano le stesse origini, gli stessi occhi a mandorla, la stessa carnagione.
Lei si mosse, cambiò posizione, accavallò le gambe e, chiuso il libro, appoggiò il gomito al tavolino per prendersi il viso tra le mani, e fissarlo meglio, mantenendo quel sorriso smaliziato. Lui si alzò automaticamente, quasi fosse un automa, e andò verso di lei.
«Nihonjin desu ka.» azzardò, anche se era palese la provenzienza della giovane. Lei alzò una mano verso di lui.
«Kawamura Ochiyo.»
Spiazzato da quell’atteggiamento palesemente occidentale, contrapposto alla presentazione giapponese (aveva anteposto il cognome al nome), le prese comunque la mano e mimò il gesto del baciamano, senza appoggiare le sue labbra sulla nivea pelle della ragazza, come da Galateo. Lei sorrise, sapeva che quell’uomo dal portamento rigido doveva per forza conoscere gli usi e i costumi dell’occidente, l’aveva intuito dalla bevanda che aveva ordinato.
«Si accomodi, signor…»
«Wakabayashi Ikemoto.»
«Ikemoto… - ripetè lei - Lieta di conoscerti. Sei qui per affari?» gli diede del tu.
Lui annuì, sentendosi finalmente a suo agio in quel terreno.
«Conosci la Wakabayashi Corp.?»
«Sei QUEL Wakabayashi?» strabuzzò gli occhi.
«No, sono suo figlio… sono qui negli Stati Uniti per cercare di allargare il giro d’affari. E tu che ci fai qui?»
«Frequento la Juilliard. Sono ballerina.»
«Quindi vivi qui?»
«Non torno in Giappone da anni. Sono una gaijin per i miei connazionali.»
«Non per me.»
 
Lui: garofano rosso e parole, una vecchia cabriolet
Lei: vestita come la Rogers, fulmini e saette
Lassù nel cielo blu il loro nome
Argento fra le stelle
 
Si erano frequentati per tutto il mese che Ikemoto aveva trascorso a New York: di giorno si dedicavano ai rispettivi impegni, la sera lui passava a prenderla e giravano per ore per quella città di cui lui non conosceva nulla e lei tutto.
Avevano visitato ogni angolo possibile, cenato nei posti più improbabili, bevuto champagne nei locali più in.
E lui si era riscoperto innamorato di quella donna che sapeva coniugare Oriente e Occidente, come un punto di congiunzione tra due culture così diverse, così distanti. Pendeva dalle sue labbra, quando lei gli raccontava di come si stesse impegnando per diventare una ballerina affermata e conosciuta in tutto il mondo.
«Domani sera abbiamo uno spettacolo, vieni a vederlo?»
«Non me lo perderei per niente al mondo.» le sorrise, ormai completamente rapito.
Vederla danzare fu come vivere un sogno: si muoveva leggiadra e determinata su quel palco, catapultando gli spettatori in una nuova dimensione. Tutti erano rapiti dai suoi gesti e dai suoi movimenti, con gli occhi incollati a quel corpicino esile ma non fragile, e Ikemoto capì che non poteva più fare a meno di lei.
Finito lo spettacolo la attese fuori, con un mazzo di fiori, lei sorrise, gli occhi scintillanti.
«Vieni via con me.» le disse, avvicinando il viso al suo. Lei non si mosse, perduta nel mare di quegli occhi grigi, innamorata dell’uomo e non della sua posizione.
Passarono la notte insieme, e fu magico, intenso, perfetto. Come se si conoscessero da sempre, senza timori, né indugi, né imbarazzo. Solo amore e passione, solo desiderio, solo loro due, solo Ikemoto e Ochiyo.
Ma con la luce del mattino, tutto svanì. Lei non c’era più.
 
Lui si svegliò senza lei
Nudo nella tempesta
Là, fuori Union Square
 
L’aveva cercata ovunque, ma non l’aveva trovata da nessuna parte. Le sue amiche della Juilliard non rispondevano nemmeno alle sue domande, e lui si sentiva sperduto e smarrito, come un cane sotto la pioggia battente che non sa dove andare a rifugiarsi.
Il volo di rientro era stato terrificamente, un uomo tutto d’un pezzo come lui che si era fatto abbindolare da una ballerina, da una sciocca ragazzina viziata che lo aveva manipolato e si era servita di lui per fare un mese di bella vita. Non voleva ripensare allo sguardo innamorato di lei, non voleva crederci. Lo aveva illuso, sì, lo aveva usato. E lui tornava in Giappone col cuore spezzato.
 
New York, New York
È una scommessa d’amore
Tu chiamami e ti vestirò
Come una stella di Broadway
 
Genzo fece roteare il cognac nel bicchiere bombato, fissando il movimento circolare del liquido ambrato.
«E poi? Che è successo?»
Ikemoto si sollevò dalla poltrona e si diresse verso la vetrina dei liquori per versarsi un altro drink: compì il gesto in silenzio, quasi come se stesse riflettendo sulla risposta da dare al figlio.
«Ci siamo rincontrati per caso a Londra, anni dopo. Lei era riuscita a diventare un’étoile internazionale, io stavo per subentrare a tuo nonno. La convinsi a uscire a cena, e di lì a poco mi confidò che era fuggita per paura, paura che io la considerassi una donna facile, o che pensassi che era solo interessata ai soldi e non a me. Tua madre era una donna forte e molto occidentale, ma le nostre radici e le nostre tradizioni ci sono inculcate fin da piccoli, e sono secolari, sono difficili da estirpare. Il resto lo sai.»
«Sono arrivato io, mamma si è fermata il tempo necessario per mettermi al mondo e darmi le prime cure, e poi ha cercato di portare avanti il suo sogno.» Genzo lo disse senza cattiveria, né recriminazioni; era semplicemente così che erano andate le cose, e chi era lui per biasimare la madre per aver portato avanti un sogno, lui, che a 12 anni aveva abbandonato il paese natale per trasferirsi dall’altra parte del mondo?
«Mi mancherà…» confidò a un tratto il vecchio Wakabayashi, sollevando la foto di Ochiyo che lui e Genzo avevano scelto per la cerimonia funebre.
«Anche a me…»
 
Tu chiamami e ti vestirò
Come una stella di…
 



Note di chiusura:
╚ una storia nata cosý, ho risentito la canzone dopo mesi e mi Ŕ venuta subito l'ispirazione.
Manco a dirlo, la canzone Ŕ La nuova stella di Broadway di Cesare Cremonini (l'ammmm˛˛˛˛re!)
Spero che apprezziate questo mio personalissimo omaggio a uno dei personaggi pi¨ controversi del mondo delle fanfic :D
I personaggi di CT sono (c) di Yoichi Takahashi, Ikemoto e Ochiyo sono nomi di fantasia per i genitori di Genzo.
A presto
Baci
Sakura


Inserisci il codice di sicurezza nello spazio sottostante: