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A Christmas Gift
di slanif

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A Karl era sempre piaciuto il Natale.
Luci colorate, decorazioni in tutta la città, abeti addobbati ad ogni angolo e dolci, tanti dolci gustosi con cui lui adorava riempirsi lo stomaco fino a scoppiare!
Ma Natale significava anche neve, tanta neve! In Germania era facile che nevicasse, e negli ultimi anni il cielo aveva regalato loro sempre dei Natali imbiancati con quella soffice acqua gelata che ti dava una sensazione di calma, beatitudine, che ti accecava gli occhi sotto il sole e che rendeva il mondo ovattato e calmo…
A Karl piaceva il Natale soprattutto per la neve.
Ma anche per i regali!
Adorava ricevere regali, anche se non lo dava minimamente a vedere perché lui era un uomo tutto d’un pezzo e anche se dentro si sentiva un ragazzino e avrebbe voluto fare a brandelli la carta per sbrigarsi più velocemente a vedere cosa conteneva il pacchetto, non poteva comunque farlo perché doveva mantenere il suo aspetto da super macho…
Ma quest’anno il Natale era un problema.
Il motivo?
Quell’idiota di Genzo era nato il sette Dicembre, troppo vicino a Natale!
Già era stata un’impresa decidere cosa regalargli per il compleanno (e alla fine aveva ripiegato su un enorme paio di guantoni da portiere rossi e neri che, sì, avevano fatto molto felice il Portiere, ma che alla fine erano così scontati da essere banali), e adesso non aveva neanche il tempo di rilassarsi che già doveva fare i conti col regalo di Natale!
Stupido, stupido, stupido Genzo!
Calciò la neve con un piede, e davanti a lui si formò una piccola nuvoletta che si disperse subito.
Sbuffò.
Che seccatura!
La calciò di nuovo, e stavolta la nuvola fu più grande. Gli finì un po’ anche sui jeans beige scuro, che però sgrullò via velocemente.
Continuò a camminare senza meta per un po’. Si fermò soprattutto davanti alle vetrine dei dolciumi, le uniche cose che momentaneamente potevano tirargli su il morale… ma non concluse niente.
Sbuffò di nuovo.
Quindi prese una decisione.
Rigirò su se stesso e tornò sui suoi passi di qualche centinaio di metri, fino alla metropolitana.
Discese le scale velocemente e passò i tornelli strisciando l’abbonamento annuale che aveva nel portafogli. Quindi scese di nuovo le scale e arrivò ai binari della metro.
Aspettò pochi minuti e la metro, dalla facciata rossa ma dai laterali pieni di graffiti colorati anziché bianchi come in originale, arrivò.
Salì velocemente e dopo cinque fermate arrivò a destinazione.
Uscì e percorse un pezzo di strada, un bel viale alberato su cui si affacciavano tante villette principalmente bianche. Solo quella di Genzo era diversa. Era particolare, bianca e color legno scuro, dalle persiane bordeaux.
Tipico di Genzo…
Infatti il rosso, il bordeaux e il nero erano i colori preferiti del Portiere, e questo si rispecchiava anche nella sua casa. Non a caso, il regalo di compleanno, era rosso e nero.
Gli ho sempre detto che deve andare a giocare al Milan…
Suonò il campanello della bella villa a due piani e aspettò che Genzo rispondesse al citofono. Aspettò qualche secondo e poi la voce cavernicola del Portiere disse: “Chi è?”.
“Karl” rispose il biondino, sintetico.
Subito scattò la serratura e quindi Karl aprì il cancelletto nero e percorse il breve acciottolato che portava alla porta della casa. Porta dove, poggiato con una spalla allo stipite, c’era Genzo a fissarlo.
Con i pantaloni del pigiama a righe nere e grigio scuro, la vestaglia nera e la maglia girocollo nera che si intravedeva, a piedi scalzi, Karl lo trovò davvero sexy.
“Ciao bel Kaiser” disse Genzo, quando Karl gli fu davanti, usando un vezzeggiativo di invenzione di Franz Schuster, il loro capitano.
“Ciao orso gigante” rispose Karl, riferendosi alla ben poco piccola stazza del Portiere, nomignolo stavolta di sua stessa invenzione.
Genzo lo fissò dall’altro, contrasse la bocca, poi sbuffò: “Se avessi le tue spallucce a quest’ora sarei in ospedale, invece che tra i pali a parare dei bolidi!”.
Karl lo fissò da sotto le ciglia lunghe e folte, nere, così belle che sembrava si mettesse il mascara. Genzo ce lo sfotteva spesso, a riguardo, e Karl si arrabbiava così tanto che alla fine finivano alle mani. Prima di bacarsi, ovviamente, e far diventare quegli schiaffi delle dolci carezze.
All’inizio non era stato facile essere dolci. Erano tutti e due un po’ rudi, soprattutto Genzo, e a nessuno dei due piacevano le smancerie. Non che se ne facessero tante, eh!, però qualche volta piaceva anche a loro comportarsi come tutti i fidanzati del mondo ed essere teneri tra di loro.
In fondo, si amavano. Non c’erano dubbi. Anche se erano due uomini tutto d’un pezzo e a nessuno dei due piacevano le sviolinate, si amavano. Forse molto più di tanti altri che non facevano altro che darsi bacini e mandarsi duecento messaggi al giorno. Loro potevano anche non sentirsi per giorni… anche perché entrambi erano convinti che non servissero tante smancerie per dimostrarsi amore reciproco. “Già sopportarti è una grande dimostrazione d’amore”, diceva sempre Genzo a Karl. E Karl sbuffava: “Allora io ti amo molto di più!”, rispondeva sempre.
Questo era il loro bizzarro modo di amarsi, e tanto a loro bastava.
“Come mai sei qui?” chiese Genzo, interrompendo il filo dei pensieri del Kaiser.
“TI stavo cercando il regalo di Natale, ma visto che mi hai snervato ho interrotto la ricerca e per punizione sono venuto qui, intenzionato a darti molto fastidio…” rise Karl sotto i baffi.
“Io ti ho snervato? E poi che regalo di Natale?” domandò Genzo, confuso, chiudendo la porta e facendo strada nel corridoio di parquet scuro e svoltare a destra fino alla sala.
“Certo che sì!” rispose Karl, che con Genzo era un po’ più loquace “Sei nato troppo vicino a Natale!”.
Genzo si voltò a fissarlo mentre il Kaiser piombava a peso morto sul divano: “Nessuno mi ha mai rimproverato di essere nato il giorno in cui sono nato”.
“Beh, io ti rimprovero eccome!” disse Karl, intrecciando le braccia al petto “Come diavolo ti è venuto in mente? Hai idea di quanto mi complichi la vista, così?”.
“Ma di cosa?” domandò Genzo, sedendosi vicino a lui e togliendogli la sciarpa dal collo, visto che Karl non si era premurato di farlo da solo “Me lo hai già fatto il regalo”.
Karl lo fissò come se fosse stupido: “Certo, per il compleanno” fece una breve pausa “Adesso c’è Natale”.
Genzo lo fissò con la faccia ebete di chi cade dalle nuvole: “Non era quello il regalo per tutte e due le cose?”.
Karlo lo fissò sconcertato: “Certo che no!”.
Genzo fu solo in grado di dire: “Ah”.
“Hai la faccia da cretino. Un gigantesco orso cretino” ridacchiò Karl, sfilandosi il piumino. Adesso che si era temperato, poteva toglierselo.
“Oggi rischi, Karl…” lo minacciò Genzo, fulminandolo con lo sguardo, prima di poggiare la testa sullo schienale del divano e chiudere gli occhi.
Karl lo fissò: era un comportamento insolito, per Genzo. Di solito, alle minacce verbali seguivano i fatti. Si aspettava almeno un pugno sventolato davanti alla faccia, ma niente.
“Ehi, Gen… tutto bene?”.
“Mh-mh…” annuì piano Genzo, portando un braccio a coprire gli occhi.
“Ti senti male?” insistette Karl.
“Ho un po’ di mal di testa… è colpa della craniata al palo data stamattina agli allenamenti…” confermò Genzo.
“Ma ti sei fatto vedere?” domandò Karl, un po’ allarmato. Cercò di non darlo a vedere, ma dentro di se fremeva. Eppure, subito dopo l’incidente, Genzo aveva confermato a tutti che stava bene, perciò Karl non si era preoccupato…
“Sì, sono stato al pronto soccorso, mi hanno fatto una lastra e una tac, non c’è niente, solo la botta, che ovviamente mi ha rintronato e mi causa l’emicrania… mi hanno dato da prendere un antidolorifico per qualche giorno…”.
Ecco perché è scomparso subito dopo gli allenamenti… questo idiota!
“E non potevi dirmelo?” domandò Karl, con la voce un po’ alterata dal panico e dalla rabbia.
“Per fare cosa? Così ci rompevamo in due ad aspettare nella sala d’attesa del pronto soccorso…” disse Genzo, togliendo il braccio dagli occhi e fissando Karl. Perché si agita tanto?, si chiese.
Karl lo fissò furente: “Sei un idiota comunque!”, sentenziò.
Genzo lo fissò stralunato.
Adesso che lo guardava bene, effettivamente Karl notava gli occhi un po’ arrossati e lucidi tipici di quando Genzo non si sentiva bene. Aveva gli stessi occhi anche quando aveva l’influenza, o il raffreddore, e a Genzo prendevano abbastanza spesso, considerando che comunque il suo corpo non era abituato a certe temperature. Nemmeno quello di Karl, a dire il vero, ma lui in questo clima c’era nato, e questo faceva una bella differenza!
“Se ti senti male non è il caso che ti vai a riposare?” chiese Karl, alzandosi dal divano e tendendo un braccio a Genzo.
Genzo annì, quindi afferrò la mano fredda di Karl e sentì un brivido quando questa si scontrò col calore assoluto della sua pelle.
Andarono fino alla camera di Genzo, al piano di sopra, mano nella mano, con Karl davanti e Genzo dietro.
La camera era al buio, il che indicava che prima che arrivasse Karl, Genzo era già andato a riposare, perciò a tastoni Karl raggiunse il letto, affidandosi il più possibile alla sua memoria fotografica, e vi si sedette. Genzo fece lo stesso, ma subito si sdraiò giù e poggiò la testa sul cuscino, con un sospiro beato.
“Mettiti sotto le coperte, sennò prendi freddo” disse Karl, sussurrando piano.
“Sei preoccupato, Karl?” domandò Genzo, piano, mentre scostava il piumone e ci si infilava sotto. Karl sentì il fruscio della vestaglia che veniva lanciata sul pavimento.
Certo che sta proprio male se non si premura nemmeno di sistemare al meglio la sua vestaglia, maniaco dell’ordine com’è…
“Non dire stupidaggini!” lo accusò Karl, arrossendo violentemente “Figurati!”.
Fortuna che è tutto buio e non può vedermi…, pensò, sentendo le guance in fiamme.
Genzo ridacchiò. Sapeva che aveva ragione, e la reazione esagerata di Karl ne era solo che la conferma…
“Adesso me ne vado!” disse Karl, alzandosi velocemente.
Genzo gli afferrò saldamente una mano. In fatto di prese al volo, non lo batteva nessuno: “Rimani qui con me, dai…”.
Karl lo fissò nel buio. Non vedeva granché, ma sapeva che gli occhi neri di Genzo lo stavano fissando.
“Va bene” disse, girando intorno al letto e infilandosi dall’altro lato. Si sfilò le scarpe, slacciò i jeans e si tolse il maglione, gettandolo in fondo al letto, rimanendo con la camicia bianca che sbottonò in cima. Quindi si mise sotto le coperte, con un brivido di freddo che l’attraversava sulla schiena.
Subito il calore del corpo di Genzo lo sommerse. Era proprio una stufetta ambulante…
Strusciò i piedi e li infilò sotto una delle cosce di Genzo, che gemette: “Karl! Questi dannati piedi gelati…”.
“E pensa che porto pure i calzini! Sono ancora più freddi, se me li tolgo!” rise il Kaiser.
“E’ assurdo. Ma hai il sangue nelle vene?” domandò Genzo, allungando una mano fino ad afferrarne una di Karl, che ridacchiava.
Rimasero così per un po’, Genzo a pancia all’aria e Karl su un fianco rivolto verso il portiere, mano nella mano e piedi di Karl sotto la cosca di Genzo.
Karl pensava che Genzo dormisse, ma la voce roca del giapponese lo sorprese d’un tratto: “Comunque, se non l’avessi notato, non mi hai ancora dato nemmeno un bacio…”.
Karl sorrise: “Hai ragione”, soffiò, e si allungò, poggiando le labbra fine su quelle carnose e morbide di Genzo.
Si baciarono dolcemente, fino a quando Karl si staccò e poggiò il capo sulla spalla di Genzo, chiudendo gli occhi, rilassato.
“Va bene questo”, disse Genzo dopo qualche secondo.
“Uhm?”, domandò Karl, confuso, aprendo gli occhi e alzandoli verso l’alto, per cercare di vedere il volto di Genzo.
“Come regalo di Natale. Va bene questo bacio e il fatto che ti sei preoccupato per me”, spiegò Genzo.
“Io non mi sono preoccupato!” protestò Karl, cercando di tirarsi su, ma il braccio forte di Genzo lo tenne fermo dov’era.
Karl ripiombò sulla spalla larga del Super Great Goal Kipper, e non disse niente. D’altronde, aveva ragione Genzo: si era agitato eccome!
“Comunque no. Non va bene. Troverò qualcosa, anche se ancora non so cosa…” precisò Karl.
Genzo sbuffò: “Tanto fai sempre come ti pare…”.
“L’hai capita, finalmente!”, sorrise Karl.
Genzo sbuffò, ma si sentiva che era per trattenere un sorriso.
“Io il regalo già te l’ho comprato…” disse Genzo, dopo qualche secondo.
“Cooosaaa?” urlò Karl “E’ ingiusto!”.
Genzo rise: “Che soddisfazione, batterti sul tempo! Vinco sempre io!”.
“Ma tu non stavi male?” si indignò Karl “Per insultarmi vedo che non ti ferma nemmeno una palo in testa!”.
“Giammai!” disse Genzo ridendo più forte.
“Sei atroce” disse Karl.
“Hai perso!” disse Genzo.
“Idiota” disse Karl.
“Cretino” rimbeccò Genzo.
“Ti amo” disse Karl.
“Anch’io” sorrise Genzo.
Il battibecco si chiuse, come sempre, con un bacio.
E per il regalo di Natale, beh… ancora mancava una settimana, Karl si sarebbe sicuramente inventato qualcosa, ne era certo! D’altronde, lui era il Kaiser! Poteva non trovare una soluzione? Sicuramente sì!

O forse no?

**FINE**

 





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